COMMENTO AL FILM HKK

Film n. 74: HKK2 (1970 s8 c m m. 50) … ho girato qualcosa di speciale ed ho già visto i risultati – fantastici. Ho preso una candela, sai di quelle multicolori le quali servono ad abbellire bottiglie; sgocciolando la cera provoca composizioni eterogenee. Dunque. Niente sgocciolii e vari. Mi sono munito di un cristallo da mm. 7. Ho montato sulla camera un superteleobbiettivo per macrocinematografia ed una serie di prolunghe, al punto da esser costretto (io) ad appoggiare, quasi, l’ottica a contatto del soggetto. Mi son trovato immerso nell’infinito astrale. Una creazione di mondi nuovi mai invasi da chicchessia. Sopra al giradischi avevo… a tutto volume. Sai Massimo l’ho visto l’aldilà. Colorato, macroscopico e mi inserivo nelle più segrete costellazioni. La lampada fungeva da sole. Un sole bianco al quarzo, alimentato da cascate cristalline, imponendo alle croste astrali fondersi e scorrere lungo i canali provocati dallo stesso sole. Poi, l’inchiostro di kina scorreva ingigantito dalla macro e fuoco azzurro. Tante piccole particelle rigonfie d’aria calda erano radunate su fondo nero e da lì colava caffè in polvere come un’invasione di meteore rosse, bleu, verdi, viola le quali si tramutavano poi in rosso del più intenso. Bastoncini cinesi immersi entro questo liquido danzavano in singolo; avevano i bordi d’arcobaleno e verde. L’avorio della loro composizione, dava l’idea del vivo pulsante. Fili d’argento sprizzavano fuori da un cratere di plastica dal diametro di mm. 0,1 e sembrava enorme, più di qualsiasi altro vulcano conosciuto. Una lampada più due lampade una avanti l’altra prospetticamente un poco più in là, varie di forme e di colori; poi sopra la cera calda e vischiosa. Una palla di vetro vecchio piena di crosta nera la quale vista con filtri azzurro, nero, rosso, ti portavano la stessa sfera da un ghiaccio statico ad una cometa solidificata dal tutto. Rimasi lì tutta la notte appiccicato ai fotogrammi e spedii la bobina augurandomi di non aver sbagliato i diaframmi. Visionai il film e una voce mi diceva: “metti… Mettilo a tutto volume”. Mi ritrovai nello stesso posto. Tutto era tridimensionale. Fuori, il silenzio era fastidioso, mi assorbiva tutta la musica e non mi permetteva di alzare i bottoni dei toni. Così aggiunsi un altro altoparlante e restai solo nel mio mondo violaceo, con le mie stelle, i miei soli e tutto l’infinito. Mi sentivo impossessato da un meccanismo nel quale mi sembrava già di essere inserito da tempo. Sarà che lo vidi durante la ripresa sarà che in quel preciso momento ero disponibile al fantastico. È così Massimo. Ci voglio riprovare per scoprire qualcosa di più. (Da una lettera a Massimo Crevani, 19 febbraio 1970)».

[1] Massimo Bacigalupo, Studi monografici della Rivista Bianco e nero, Il film sperimentale, fascicolo 5/8- Roma 1974, pp. 58-62.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gianfranco Brebbia scrisse un articolo sul quotidiano La Prealpina il 14 luglio 1969.[1] Il testo ha come titolo «Idea assurda per un filmaker», titolo dell’omonomo film Idea assurda per un filmaker.

[1] La Prealpina, sulla pagina Lettere Arti Varietà, Lunedì 14 luglio 1969. Articolo presente nell’archivio di Brebbia.

I commenti sono chiusi